L'Occidente baluardo di libertŕ e diritti?
1) D. Losurdo: Dopo Parigi, l'Occidente come baluardo della libertŕ di espressione e dei diritti individuali?
2) FLASHBACK: Kaotičan svijet Ezia Maura – direktora novina „Repubblica“. Smjesta dajte oružje toj novini!
Si vedano anche, sulla strage del Charlie Hebdo e reazioni conseguenti :
Quando Israele volň fino a Londra per sparare ad un vignettista… (10 gennaio 2015)
http://baruda.net/2015/01/10/quando-israele-volo-fino-a-londra-per-sparare-ad-un-vignettista/
La firma dei killer, noti alla polizia e ai servizi segreti (Manlio Dinucci, 8.1.2015)
http://ilmanifesto.info/la-firma-dei-killer-noti-alla-polizia-e-ai-servizi-segreti/
Da tempo Charlie Hebdo non faceva piů ridere, oggi fa piangere (Quartiers libres, 8 Gennaio 2015)
Un colpo alla
Francia e all'Europa (Giulietto Chiesa, mercoledě 7 gennaio 2015)
http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=114319&typeb=0&Un-colpo-alla-Francia-e-all-Europa
Charlie Hebdo: la guerra e la guerra santa (di Francesco Santoianni, 7/1/2015)
http://www.sibialiria.org/wordpress/?p=2839
Il Punto di Giulietto Chiesa: Parigi, trappola sanguinosa (07/01/2015)
VIDEO: https://www.youtube.com/watch?v=p9mpDJgmncg
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http://domenicolosurdo.blogspot.it/2015/01/dopo-parigi-loccidente-come-baluardo.html
Dopo Parigi: l'Occidente come baluardo della libertŕ di espressione e dei diritti individuali?
di Domenico Losurdo (10/1/2015)
Sull’onda dell’attacco terroristico di Parigi, i media occidentali in coro si atteggiano a campioni della libertŕ di espressione. Che ipocrisia ripugnante! Riporto qui una pagina dal mio libro: «La sinistra assente. Crisi, societŕ dello spettacolo, guerra» [DL].
... Vediamo quale sorte nel corso della guerra contro la Jugoslavia č stata riservata alla libertŕ di stampa e di espressione. Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1999, a conclusione di un’azione preordinata e rivendicata dai piů alti comandi, gli aerei statunitensi ed europei distruggevano l’edificio della televisione serba, uccidendo e ferendo gravemente decine di giornalisti e impiegati che vi lavoravano. Non si tratta affatto di un caso isolato: «Nel momento probabilmente piů difficile per il fronte dei ribelli, la NATO torna a bombardare pesantemente l’area di Tripoli nel tentativo di frenare la propaganda di Gheddafi»; le bombe colpivano questa volta la televisione libica, messa a tacere mediante la distruzione delle strutture e l’uccisione dei giornalisti (Cremonesi 2011d). Oltre a violare la Convenzione di Ginevra del 1949, che vieta gli attacchi deliberati contro la popolazione civile, tali comportamenti calpestavano la libertŕ di stampa e la calpestavano sino al punto di condannare a morte i giornalisti televisivi jugoslavi e libici colpevoli di non condividere l’opinione dei vertici della NATO e di ostinarsi a condannare l’aggressione subita dal loro paese.
Č nota la risposta che a tutto ciň amano fornire i vertici politici e militari dell’Occidente nonché i difensori d’ufficio dell’Impero: schierandosi a favore di Milosevic o di Gheddafi (e indirettamente della loro politica «genocida») i giornalisti serbi e libici non si limitavano a esprimere un’opinione ma istigavano a un reato e quindi commettevano un crimine. Avrebbe potuto essere l’occasione per un dibattito sul ruolo della stampa e dei media in generale: qual č il confine che separa la libertŕ di opinione e di informazione dall’incitamento al crimine? Per fare solo un esempio, non c’č dubbio che le testate giornalistiche, le radio, le televisioni cilene, alla vigilia dell’11 settembre messesi al servizio della CIA e da essa lautamente finanziate, hanno svolto un ruolo golpista e criminale, si sono rese corresponsabili dei crimini perpetrati dal regime imposto da Augusto Pinochet e dai governanti di Washington (Chierici 2013, p. 39). Questo dibattito non ha mai avuto luogo. Se si fosse svolto, prima di essere assassinati, i giornalisti serbi avrebbero potuto obiettare ai loro accusatori: quali responsabili di crimini dovevano essere bollati, nella loro stragrande maggioranza, i giornalisti occidentali; essi giustificavano o celebravano l’azione della NATO (scatenata contro la Jugoslavia senza l’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e quindi contraria al diritto internazionale) e i suoi bombardamenti (spesso all’uranio impoverito), che sistematicamente distruggevano infrastrutture civili e non risparmiavano persone innocenti e donne e bambini. E in modo analogo, con qualche piccola variante, prima di essere assassinati, avrebbero potuto argomentare i giornalisti libici.
Al
dibattito č stato preferito il ricorso alle bombe, in ultima analisi il ricorso
al plotone di esecuzione. A decidere sovranamente cos’č un’opinione e cos’č un
reato sono l’Occidente e la NATO, coloro che dispongono dell’apparato militare
(e multimediale) piů potente; i piů deboli possono esprimere la loro opinione
solo a loro rischio e pericolo. Cosa pensare di una «libertŕ di espressione»
che puň essere sovranamente cancellata dai padroni del mondo proprio quando
essa sarebbe piů necessaria, in occasione di guerre e di aspri conflitti?
In tema di libertŕ di espressione e di stampa c’č una circostanza che dŕ da
pensare: fra i giornalisti ai giorni nostri piů famosi sono da annoverare
Julian Assange, che con WikiLeaks ha portato alla luce fra l’altro alcuni
crimini di guerra commessi dai contractors statunitensi in Irak, e Gleen
Greenwald, che ha richiamato l’attenzione sulla rete universale di spionaggio
messa in piedi dagli USA: il primo, tempestivamente accusato di violenza
sessuale e timoroso di essere estradato oltre Atlantico, si č rifugiato
nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra; il secondo, pur non essendo sottoposto
ad alcun provvedimento giudiziario, sembra terrorizzato e a Rio de Janeiro
«vive cambiando in continuazione tetto, numeri di telefono ed e-mail» (Molinari
2013b). Č da aggiungere che la fonte del primo giornalista (Bradley Manning) č
in carcere, dove rischia di trascorrere il resto della sua vita, mentre la
fonte del secondo (Edward Snowden), pur rifugiato a Mosca, non si sente affatto
al sicuro e vive in una sorta di clandestinitŕ.
I media occidentali in coro esprimono la loro indignazione per il comportamento dell’ISIS. E di nuovo ripugnante risulta loro ipocrisia. Il fondamentalismo islamico non solleva obiezioni quando infuria contro la Libia di Gheddafi e la Siria di Assad, cioč contro i paesi presi di mira dall’Occidente. Sempre dal mio libro «La sinistra assente. Crisi, societŕ dello spettacolo, guerra» riprendo un paragrafo:
Il ritorno delle donne di conforto» e della schiavitů sessuale
Proprio a tale proposito la barbarie del sussulto neocolonialista attualmente in
corso si rivela con particolare evidenza. In Medio Oriente le rivoluzioni
anticoloniali hanno comportato un netto avanzamento dell’emancipazione
femminile, imposta perň a una societŕ civile ancora largamente egemonizzata da
costumi patriarcali e maschilisti tanto piů pervicaci in quanto santificati da
una secolare tradizione religiosa. Č su questa cultura e questi ambienti che
l’Occidente ha fatto leva per riaffacciarsi prepotentemente su un’area da esso
a lungo dominata. I risultati sono devastanti: in Libia «la sezione
costituzionale della Corte suprema di Tripoli reintroduce la poligamia in nome
della legge musulmana». Non si tratta di una svolta inaspettata. Nel «discorso
della vittoria» da lui pronunciato il 28 ottobre 2011, il leader imposto dagli
aerei NATO e dai miliziani e dal denaro delle monarchie del Golfo si era
affrettato «ad annunciare che nella “nuova Libia” ogni uomo avrebbe avuto il
diritto di sposare sino a quattro mogli nel pieno rispetto del Corano».
Sě:
«A suo dire, era questo uno dei tanti provvedimenti mirati a cancellare per sempre il retaggio della dittatura di Gheddafi. Quest’ultimo, specie nella prima fase piů socialista e “nasseriana” del suo quarantennio al potere, aveva cercato di concedere alcune migliorie allo status delle donne, introducendole massicciamente nel mondo del lavoro e appunto limitando, per quanto era possibile in una societŕ tribale come quella libica, la poligamia» (Cremonesi 2013a).
Socialismo, nasserismo? Č quello che di piů odioso vi puň essere agli occhi
dell’Occidente neoliberista e neocolonialista; sennonché, la controrivoluzione
neocoloniale č al tempo stesso la controrivoluzione antifemminista.
Tra la massa di profughi, a soffrire in modo tutto particolare sono le donne, spesso destinate a essere vendute quali «spose». Vediamo quello che avviene in Giordania: «Tanti tassisti di Amman ormai si sono industriati. Attendono i ricchi sauditi e dei paesi del Golfo all’aeroporto o di fronte agli hotel a cinque stelle. Basta poco per capire cosa vogliono». Le ragazze e le donne siriane sono ricercate per la loro bellezza. E per di piů:
«Costano poco, bambine di 15 o 16 anni cedute dalle famiglie per cifre che
possono restare nei limiti dei 1. 000 o 2. 000 euro. Una quisquilia, noccioline
per gli uomini d’affari del Golfo. Sono abituati a spendere ben di piů. Una
notte in compagnia di prostitute ucraine in un albergo a Dubai puň costare
anche il doppio» (Cremonesi 2012b).
E cosě, i membri dell’aristocrazia corrotta e parassitaria al potere nei paesi
del Golfo, da sempre appoggiata dall’Occidente, possono trarre un duplice
vantaggio dalla politica di destabilizzazione da loro perseguita in Siria:
indeboliscono un regime laico e anzi blasfemo per il fatto di promuovere
l’emancipazione delle donne; possono procurarsi a prezzi di svendita donne,
ragazze e bambine di bellezza fuori del comune. Va da sé che, nelle aree della
Siria conquistate dai «ribelli», le donne sono costrette a subire il ritorno
all’Antico regime: esse devono coprire interamente il loro corpo e sono
condannate alla segregazione e alla schiavitů domestica.
Ma
la tragedia delle donne medio-orientali non ha ancora toccato il suo culmine.
Lo scoppio e l’aggravarsi della crisi in Siria hanno fatto emergere la
terribile realtŕ della «jihad del sesso», che qui conviene descrivere a partire
sempre dalle corrispondenze della piů autorevole stampa occidentale. Convinte
da autoritŕ religiose e da predicatori fondamentalisti, soprattutto in Tunisia
«prostitute bambine» e «ragazze di famiglie povere, minorenni e spesso
analfabete» raggiungono clandestinamente la Siria per offrirsi ai guerrieri
islamisti e allietarli tra una battaglia e l’altra, in modo da garantirsi
l’accesso al Paradiso. Il lavoro delle «schiave tunisine» č duro: «Molte di
loro hanno avuto rapporti sessuali anche con venti, trenta, cento mujaheddin».
Alcune restano incinte, e la tragedia cosě si aggrava: «Nel Maghreb rurale, nei
villaggi del Sud tunisino, una madre senza marito č solo una prostituta», per
questa ragione spesso non piů riconosciuta e rinnegata dagli stessi genitori.
Ma chi sono i responsabili di tutto ciň? Non si tratta solo del fondamentalismo
tunisino: a incitare alla «guerra santa del sesso» č anche uno «sceicco»
dell’Arabia saudita (il paese che non bada a spese per armare i ribelli).
D’altro canto, come i guerrieri, cosi le bambine e la ragazze chiamate a offrir
loro conforto sessuale raggiungono la Siria «via Libia o Turchia»; e, «secondo
un rapporto dell’ONU», a provvedere alle spese di trasporto sono i «soldi del
Qatar» (Battistini 2013).
Dunque, oltre ai guerrieri islamici veri e propri, che provengono da ogni
angolo del mondo e dallo stesso Occidente, a destabilizzare e a tentare di
rovesciare il regime siriano, protagonista di un importante processo di
emancipazione della donna, sono ragazze e bambine (soprattutto tunisine) che
subiscono una totale de-emancipazione. Siamo portati a pensare alle comfort
women, alle donne coreane e cinesi nel corso della seconda guerra mondiale
costrette a prostituirsi ai militari dell’esercito di occupazione giapponese
bisognosi di «conforto». Se le comfort women propriamente dette erano
commiserate dal popolo di appartenenza, le protagoniste o meglio le vittime
della «guerra santa del sesso» sono disprezzate e persino ripudiate dal loro
stesso popolo. Non c’č dubbio che l’Occidente č corresponsabile di questa
infamia, promossa da predicatori e autoritŕ dell’Arabia saudita, finanziata dal
Qatar, resa possibile dalla complicitŕ di Turchia e Libia. Si tratta di paesi
che godono del sostegno politico o per lo meno della benevola tolleranza di
Washington e di Bruxelles. La Turchia fa persino parte della NATO, e il suo
governo «mantiene aperto il confine della Siria e consente ai combattenti
[islamici] di avere un porto franco nel Sud del paese, mentre armi, denaro
contante e altri rifornimenti affluiscono sul campo di battaglia» (Arango
2013). Tra questi «rifornimenti» rientrano evidentemente anche le ragazze e le
bambine destinate alla prostituzione sacra e bellica.
Se in questo caso, ad alimentare la «jihad del sesso» sono in teoria delle
«volontarie», in altri casi emerge in tutta chiarezza la violenza della
schiavizzazione sessuale. Leggiamo ancora sul «Corriere della Sera»:
«I miliziani delle brigate islamiche in Siria hanno un sistema tutto loro per
scegliere le donne curde. In genere avviene ai posti di blocco. Salgono sui bus
civili con i mitra puntati, si fanno consegnare la lista dei passeggeri dal
conduttore e cercano i nomi non arabi. Individuate le piů giovani e carine le
obbligano a scendere, le fanno genuflettere e poggiando il palmo della mano
sulla loro testa le dichiarano “halal”, che nella tradizione indica la carne
macellata secondo la legge coranica, cosě vengono “islamizzate”, purificate,
pronte per congiungersi carnalmente con i cavalieri della guerra santa.
Violenza di uno solo o di gruppo: le ragazze sono considerate “spose
temporanee”. Possono essere trattenute per poche ore, oppure settimane. Alcune
tornano a casa, altre alla fine vengono uccise […] A detta di Ipek Ezidxelo, 30
anni, attivista del Partito di Unione Democratica (Pyd), il piů importante
movimento armato nelle regioni curde siriane, gli estremisti qaedisti, specie
gli afgani, ceceni e libici, farebbero a gara per catturare vive le combattenti
curde» (Cremonesi 2013b).
Ora piů che mai siamo portati a pensare alle comfort women, ora piů che mai la
realtŕ della schiavitů sessuale č sotto i nostri occhi in tutta la sua
ripugnanza! E di nuovo emerge il ruolo poco lusinghiero dell’Occidente,
scarsamente interessato a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica
mondiale sulla tragedia delle donne curde e ancora meno interessato a bloccare
l’afflusso in Siria degli stupratori provenienti dalla Libia «liberata» dalla
NATO...
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Orig.: Il mondo caotico di Ezio Mauro. Presto, armi a Repubblica (Tommaso Di Francesco, Il Manifesto del 6.9.14)
http://ilmanifesto.info/il-mondo-caotico-di-ezio-mauro-presto-armi-a-repubblica/
oppure https://it.groups.yahoo.com/neo/groups/crj-mailinglist/conversations/messages/8101
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KAOTIČAN SVIJET EZIA MAURA – DIREKTORA NOVINA „REPUBBLICA“. SMJESTA DAJTE ORUŽJE TOJ NOVINI!
Posted by Novi Plamen on September 11, 2014 [Prevela Jasna Tkalec]
Kome sve danas Italija isporučuje oružje? Nakon što ga je davala Kurdima i slala ga u Libiju i u Siriju (što je sve nepovratno zavrsilo u rukama džihadista), nakon što smo pročitali udarni članak Ezia Maura, više nema nikakvih sumnji, treba smjesta isporučiti oružje novinama „Repubblica“! Bilo je zaista teško čitati jedan toliko smušen članak urednika, i što je najgore, članak što se naginje nad zaista opasnu prazninu. U jednom momentu posumnjali smo da se radi o nekom virusu ili o pogrešnoj upotrebi „kopiraj-priljepi” koja je upala u ovo važno razmišljanje iz posljednjeg tužno dugačkog napisa Oriane Fallaci te da se radi o ko zna kojoj po redu pohvali „civiliziranog“ Zapada, kojeg opsjeda barbarski pakao sa svih strana, počevši sa islamom i završivši sa ostatkom cijelog postojećeg svijeta.
piše Tommaso di Francesco
Dakle za Ezia Maura započelo je Treće razdoblje Atlantskog pakta, nakon Prvog razdoblja, u vrijeme Hladnog rata te drugog razdoblja nakon Pada zida, kad je „izgledalo da će se otvoriti dugo stoljeće u kojem više neće biti neprijatelja demokracije, pošto je ova konačno pobijedila u dvadesetom stoljeću“.
Pa ipak, datumi ne odgovaraju: prvi NATO pakt nastaje preventivno godine 1949 (a Varšavski pakt tek 1951), a druga sezona Atlantskog pakta krenula je 1999 (deset godina nakon 1989!) u Washingtonu, u punom „humanitarnom“ ratu sa 78 dana avionskih napada odnosno bombardiranja bivše Jugoslavije.
Ta druga faza Nato-a rođena je u ekspanzivnom ratu: ni govora o bilo kakvoj „odbrani“.
No zar nije bila pobijedila demokracija? Zar nije trebalo napraviti reviziju tog zlosretnog Saveza, umjesto što je zadržana ideologija nužnog postojanja neprijatelja?
A sada ova treća faza, jučer rođena u Wallesu, zaista je neophodna: ma pogledajte samo Islamski Kalifat, sa njegovom scenografijom smrti.
No tko je koristio ove mesare i koljače u svim istinskim ratnim teatrima, od Afganistana do Bosne, ako to nije činio upravo Zapad, kako bi došao do pobjede u ratu protiv realnog socijalizma na umoru i za svoje vlastite geostrategije moći te za atlantsku ideologiju prvenstva u civiliziranosti? Koji odnos postoji sada između islamskog krvavog noža i i izraelskih i američkih kasetnih bombi ?
Nema nikakve sumnje. Sada je već postalo opće prihvaćeno da i demokracija „isključuje“, ona služi samo onima, koji imaju garancije, jer ona „nije više garancija za governance“, budući da su nacionalne države poslane dovraga u svim nadnacionalnim sjedištima. Svijet je „izvan kontrole“ i „nemoguća“ je razmjena između građana i države, između prava i „sigurnosti“. Naravno, vojne sigurnosti. Pa da li smo još, pita se Ezio Mauro, raspoloženi braniti demokraciju, koja je napadnuta?
Iako je iscrpljen i lišen sadržaja, Zapad se, po mišljenju Ezia Maura, mora braniti „pod svaku cijenu“. Pa i Putin – koji predstavlja kaos – mora odgovoriti na islamski izazov (kao da je Mauro smtenuo s uma Belan i to tri dana prije njegove godišnjice).
Dakle hajdemo u nove „humanitarne“ ratove i stvorimo još mnogo baza u Trećoem slavnom razdoblju Tri faze NATO-a, koji se našao uz samu Rusiju. Još jedan novi vojni zid. Stoga, pod svaku cijenu, dajte brže bolje oružje novinama „Repubblica“.
Izvor: „il Manifesto“
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